Il metodo, secondo la ricostruzione degli inquirenti, era incredibilmente semplice: il gruppo avrebbe sfruttato il nome di importanti società assicurative inglesi, in realtà non più operanti in Italia da diversi anni, fabbricando polizze false che venivano spedite per posta da Londra con i sigilli di uno studio notarile inglese. Vittime della presunta truffa una trentina di aziende private contraenti le polizze: da società di smaltimento rifiuti (anche pericolosi) come:
la Systema Ambiente di Brescia del gruppo Cerroni e la Waste Italia a imprese aggiudicatarie di grandi commesse pubbliche come il gruppo Matarrese (truffato per 120 milioni di euro), il consorzio stabile Unimed e la Esim di Bari (107 milioni) – tutti e tre impegnati in lavori per Rfi -, il gruppo D’Agostino (68 milioni) nei confronti di Italferre la Semataf di Matera (29 milioni) sempre verso Rfi. Ma è la lista dei beneficiari delle fidejussioni inesistenti – i soggetti pubblici rimasti con un pugno di mosche – a fare impallidire: Rete Ferroviaria Italiana (332 milioni di euro), Italferr (68 milioni), Anas (33 milioni), Provincia di Brescia(17 milioni), Consip (4 milioni), Regione Lombardia (1,9 milioni), Ufficio delle Dogane di Venezia e Regione Emilia Romagna (750mila euro), Prefettura di Roma (369mila) e RomaCapitale (188mila), solo per citarne alcuni.
Il totale è di 556 milioni di euro, di cui almeno 178 milioni per la tutela dal rischio ambientale.
Tutto gestito ad arte da una rete di falsi assicuratori (undici in tutto gli indagati), che operavano impropriamente sia con il nome di “Fgic Uk Ltd” che con quello di “Assured Guarany Ltd”.
Quanto successo riporta alla ribalta da una parte il fenomeno dei controlli, dall’altra il fatto che è incredibile come aziende importanti si rivolgano ad intermediari sconosciuti per la sottoscrizione di polizze a garanzia.
Sarebbe comunque interessante capire come le aziende truffate intendano gestire al proprio interno il processo di scelta e di autorizzazione delle polizze a garanzia.