Sace è pronta ad aprire il capitale all’ingresso di nuovi partner. La modalità non è stata ancora ufficializzata, ma la strada prescelta dovrebbe essere quella dell’Ipo, vista con favore anche dal mercato. La quota da cedere non è stata ancora individuata sebbene ieri, presentando i risultati 2013, i vertici del gruppo assicurativo-finanziario abbiano ricordato l’indicazione dell’ex ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, che aveva parlato di alienare «fino al 60%». «Abbiamo avuto stamattina (ieri, ndr) lo steering committee con il nostro azionista e l’advisor (Bain & Company, ndr) – spiega l’ad Alessandro Castellano – e nel prossimo mese dovremo poter dare un piano industriale rivisto su cui l’azionista e il Governo faranno le valutazioni».
La macchina per la valorizzazione di Sace, affiancata da Goldman Sachs (mentre Cdp è supportata da SocGen), viaggia dunque spedita. Resta da sciogliere il nodo della garanzia statale che caratterizza la maggior parte delle attività svolte dal gruppo. «Tutti i paesi Ocse e non – prosegue Castellano – hanno le garanzie dei governi per le operazioni “non-marketable” che sono regolate da accordi internazionali». Dunque, l’eventuale soluzione dovrà tener conto di quello che succede oltreconfine dove le omologhe di Sace si muovono nel solco della garanzia statale. Ecco, perché la ricetta, oggetto di confronto tra Sace, Cdp e Mef, potrebbe essere quella di individuare una garanzia “specifica” dello Stato tarata su particolari settori o Paesi dove il gruppo rischia di essere sovraesposto e quindi, in un’ottica privatistica, di avere difficoltà a garantire ulteriori operazioni. Con l’obiettivo di definire quel perimetro di attività in cui Sace si trovi ad operare ad armi pari con le altre. Ad ogni modo, taglia corto Castellano, «si tratta di capire qual è la migliore struttura per consentire a Sace di dare il massimo contributo alle imprese».
Alle aziende, Sace continua comunque ad assicurare una grande boccata d’ossigeno. «Il nostro obiettivo è favorire le imprese che esportano e che sono ancora poche e come aree guardiamo con molta attenzione all’Africa oltre che ai mercati tradizionali di Usa e Asia». Le soddisfazioni maggiori, però, sono arrivate dai mercati emergenti che rappresentano ormai il 76% dei rischi assunti all’estero. «Nel 2013, che abbiamo archiviato con un utile netto di 345 milioni, in crescita rispetto ai 168 milioni dell’anno prima – spiega ancora l’ad – per la prima volta in Italia la quota di vendite di merci e servizi ai paesi emergenti ha superato quella verso l’Europa. L’export è la principale è ancora unica fonte di crescita del nostro Paese». L’esposizione totale del gruppo a fine 2013 ha superato i 72 miliardi di euro, di cui 37,7 miliardi relativi alle attività assicurative del ramo danni e di factoring gestite dalla società prodotto e 34,5 miliardi legati alle attività a medio e lungo termine a sostegno di export e internazionalizzazione.
Sace non intende rallentare il passo tanto che il cda ieri ha deliberato 1,2 miliardi di nuove operazioni sull’export con due società quotate. E, per sostenere sempre di più le imprese, la società è pronta a giocare un ruolo di primo piano anche nel mercato dei capitali. Non solo, come ricorda il presidente Gianni Castellaneta, attraverso «il sistema Export Banca, dopo l’ingresso in Cdp», ma anche con un secondo passaggio, su cui stiamo lavorando con Cassa, che potrebbe essere un finanziamento accoppiato alla garanzia». Senza tralasciare una terza via, sottolinea Castellano: «Sace è pronta a emettere prestiti obbligazionari per far affluire più denaro alle imprese